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Damien Hirst e l'imperturbabilità della morte

2021-09-03 11:29

Federica Pagliarini

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Damien Hirst e l'imperturbabilità della morte

Nell’arte, come nella vita, vince chi osa. Non osare equivale a vivere sotto l’ombra convenzionale della mediocrità. Le pagine della storia artistica

Nell’arte, come nella vita, vince chi osa. Non osare equivale a vivere sotto l’ombra convenzionale della mediocrità. Le pagine della storia artistica del nostro continente (e non solo) sono costellate di nomi illustri legati ad altissime personalità che, per merito o per gentile concessione del fato, sono risorte dal tartaro della dozzinalità, assurgendo al rango di “immortali”.

 

 

 

 

Tra i “nuovi numi” della scena artistica contemporanea c’è Damien Hirst, capofila degli Young British Artists e rinomato provocatore.

A lui dobbiamo il “merito” di aver scatenato l’ira del cinico critico d’arte Julian Spalding, che pronunció, nei confronti dell’artista, parole tutt’altro che lusinghiere («What separates Michelangelo from Damien Hirst is that Michelangelo was an artist and Damien Hirst isn't.”).

Il fil rouge della sua produzione artistica è la morte, concepita come forza che divora e rigurgita, che gli uomini cercano invano di esorcizzare. Al centro dell’opera For the love of God! c’è l’analisi dell’innata tendenza umana di occultare la morte coprendola col drappo broccato del lusso e dell’eccesso: la singolare scultura consiste in un teschio fuso in platino la cui superficie ospita diversi diamanti, di cui uno, più grande, è posto sulla fronte. La domanda, irruente e provocatoria, che scaturisce dalla visione dell’opera è la seguente: il bagliore di 8.601 diamanti (per un totale di più di 1.000 carati)  è in grado di accecare i nostri occhi e sedurre la nostra mente, a tal punto da distrarci dalla morte e della sua ineluttabilità, che stringe tutti nel cerchio della necessità?

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L’opera The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living è, senza alcun dubbio, la summa della poetica di Hirst: uno squalo tigre si fa spazio in un mare di formaldeide. L’effetto ottico è senza eguali; ammirando la “gabbia” in cui è confinato l’animale veniamo sedotti dalla sua “fluida staticità”: dinamismo e stasi, vita e morte si congiungono e quello squalo è il loro punto di tangenza, il talamo nunziale in cui si consuma una passione impossibile, paradossale. L’opera, che ricorda molto il famoso esperimento del gatto di Schrodinger (sia vivo che morto al contempo), ci invita a contemplare il momento, metafisico, in cui la vita raggiunge il “punto di fusione” e inizia a dissolversi, trasmutando in un flusso di morte.

Ad essere pervasa da un’aleggiante aura di mistero, disturbata da qualche acre effluvio di disgusto, è l’opera A Thousand Years, in cui Hirst propone una graffiante, e a tratti macabra, interpretazione del ciclo vitale. L’istallazione appare divisa in due ambienti, in uno sono collocate delle larve di mosca (all’interno di un grande cubo che funge da incubatrice), nell’altro presenziano una testa bovina intrisa di sangue e una zanzariera elettrica. La vita e la morte non vengono rappresentate come entità astratte, ma si incarnano in elementi comuni, acquistando corporeità. Le larve migrano verso il lago di sangue in cui giace, inerme, la testa di mucca; si nutrono, crescono e, volando, si ritrovano faccia a faccia con la zanzariera elettrica. Il modo in cui Hirst rende plastici e materiali i concetti di vita e morte, evidenziando la reciproca relazione che li lega,ricorda molto la ciclicità del πάντα ῥεῖ (pànta rèi) eracliteo; vita e morte sono tessere di un mosaico esistenziale in cui l’unica legge valida è quella del mutamento: tutto si trasforma, le larve si nutrono di un cadavere e diventano cadaveri, la vita si nutre di morte e ritorna ad essere morte.

 

di Antonio Impellizzeri

 

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